arduino!

«Guarda qui», dice Massimo Banzi. Il barbuto ingegnere dal fisico
massiccio si sporge per controllare un robot per la produzione di chip,
una macchina grande quanto un forno per la pizza che afferra e
posiziona i componenti. È in piena attività, mentre prende minuscoli
transistor elettronici e li mette su una scheda, proprio come un pollo
che becca freneticamente alla ricerca di semi. Ci troviamo in
un’azienda costituita da una sola stanza utilizzata da Tinker.it, il
gruppo italiano che progetta questa scheda, chiamata Arduino, che va
per la maggiore fra i costruttori di gadget fai-da-te. La loro fabbrica
di materiale elettronico è una delle più pittoresche in circolazione,
arroccata ai piedi delle colline di Ivrea, con il canto degli uccellini
che si diffonde all’interno attraverso le porte aperte e molte
pause-caffè per il personale con i camici bianchi. Ma oggi Banzi pensa
soltanto agli affari. Sta mostrando con orgoglio la sua attività a un
gruppo di clienti giunti dall’Arizona. Prende una delle schede e indica
la minuscola cartina dell’Italia raffi gurata sopra.  

E in effetti, da quando è iniziata la produzione di massa, due anni
fa, in tutto il mondo sono state vendute 50mila unità di Arduino. Cifre
irrisorie per gli standard di Intel, ma importanti per un’impresa da
poco entrata in un mercato molto specializzato. Ma ciò che è davvero
notevole è il modello di business di Arduino: il gruppo ha creato una
società basata sull’idea di regalare tutto. Sul suo sito sono
pubblicati i segreti commerciali perché chiunque li possa prendere: gli
schemi, i file di progetto e il software per la scheda. Scaricateli e
potrete produrre un Arduino da soli; non esistono brevetti. Potete
inviare i progetti a una fabbrica cinese, far produrre in massa le
schede e venderle, intascandovi gli utili senza pagare a Banzi nemmeno
un centesimo di royalty. E lui non vi farà causa. A dire il vero, in un
certo senso, lui spera proprio che lo facciate.  

Questo perché la scheda Arduino è un pezzo di hardware open source,
messo gratuitamente a disposizione di chiunque lo voglia utilizzare,
modificare o vendere. Banzi e il suo gruppo hanno dedicato molte ore,
per le quali si sarebbero potuti far pagare profumatamente, a creare
l’oggetto, e lo commercializzano direttamente con un margine risicato,
ma lasciando che altri facciano la stessa cosa. In questo esperimento
non sono soli. Con un’iniziativa quasi priva di coordinamento, decine
di inventori di hardware di tutto il mondo hanno cominciato a
pubblicare le loro specifiche tecniche. Si trovano sintetizzatori,
lettori mp3, amplificatori per chitarra e addirittura router per
telefoni voice-over-ip, tutti open source. Banzi ammette che il
concetto sembra una pazzia. Dopotutto, Arduino si assume parecchi
rischi; il gruppo spende migliaia di dollari per produrre un lotto di
schede. «Se pubblichi tutti i tuoi file, in un certo senso è come
invitare la concorrenza a venire a ucciderti», dice l’ingegnere
scrollando le spalle.  

Anche Linux sembrava un’idea folle, quando Linus Torvalds ne diede
l’annuncio nel 1991. Nessuno credeva che un manipolo di volontari
part-time avrebbe potuto creare qualcosa di complesso come un sistema
operativo, o che sarebbe stato più stabile di Windows. Nessuno credeva
che le 500 società di Fortune si sarebbero fidate di un
software che non poteva essere "di loro proprietà". Eppure, 17 anni
dopo, il movimento per il software open source è stato cruciale per
l’esplosione dell’economia in rete. Linux ha consentito a Google di
creare server a costi bassissimi; Java, Perl e Ruby sono diventati la
lingua franca per costruire applicazioni web 2.0; e il software
gratuito Apache sta alla base di metà dei siti del mondo. Il software
open source ha fatto nascere l’era di internet, dando a tutti, anche a
coloro che vi hanno lavorato gratuitamente, un maggiore benessere
economico. L’hardware open source riuscirà a fare la stessa cosa?  

Ogni progetto open source inizia con un’insoddisfazione. Linux è
stato lanciato quando Torvalds ha deciso che non gli piacevano i
sistemi operativi a disposizione. Microsoft Dos, Apple e Unix erano
tutti costosi e chiusi; Torvalds, invece, voleva un software col quale
poter armeggiare. Oltre a lui, molti altri geek desideravano la stessa
cosa. Così, quando Torvalds ha cominciato a lavorare su Linux e a
condividerne i codici, si sono messi a disposizione per dargli una mano
a migliorarlo gratuitamente, creando una forza lavoro virtuale
infinitamente più grande e più capace dello stesso Torvalds.  

Arduino è iniziato nello stesso modo. Banzi faceva
l’insegnante all’Interaction Design Institute di Ivrea, e i suoi
studenti spesso si lamentavano di non riuscire a trovare un
microcontroller potente ma economico per gestire i loro progetti
artistici robotizzati. Durante l’inverno del 2005, Banzi stava
discutendo il problema con David Cuartielles, un ingegnere spagnolo
specializzato in microchip, che in quel periodo era ricercatore ospite
presso la scuola. I due decisero di creare la loro scheda e chiamarono
David Mellis, uno degli studenti di Banzi, per scriverne il linguaggio
di programmazione. In soli due giorni, Mellis scrisse il codice; altri
tre giorni e la scheda era completa. La chiamarono Arduino, dal nome di
un pub che si trovava nelle vicinanze, e fra gli studenti ebbe un
successo immediato. Quasi tutti, anche se non sapevano niente di
programmazione di computer, sono riusciti a utilizzare un Arduino per
fare qualcosa di bello, come rispondere a dei sensori, fare lampeggiare
delle luci o controllare dei motori. Poi, Banzi, Cuartielles e Mellis,
insieme a Gianluca Martino, hanno messo online gli schemi elettronici e
hanno investito circa 3mila euro per produrre il primo lotto di schede.
 

«Ne abbiamo fatte 200 copie, e la mia scuola ne ha acquistate 50»,
dice Banzi. «Non avevamo nessuna idea di come avremmo venduto le altre
150. Pensavamo che non ci saremmo riusciti». Ma la voce si è diffusa
fra i designer in tutto il mondo e pochi mesi dopo sono giunti ordini
per altre centinaia di unità Arduino. Si è scoperto che esisteva un
mercato per questo genere di cose.  

Così, gli inventori di Arduino hanno deciso di costituire una
società, ma con una particolarità: i progetti sarebbero rimasti open
source. Poiché la legge sul copyright, che regola il software open
source, non è applicabile all’hardware, hanno deciso di utilizzare una
licenza Creative Commons chiamata Attribution Share Alike.
Chiunque è autorizzato a produrre copie della scheda, a riprogettarla,
o addirittura a vendere schede che ne copiano il progetto. Non è
necessario pagare nessun diritto al gruppo Arduino e nemmeno chiedere
il permesso. Tuttavia, se il progetto di riferimento viene
ripubblicato, occorre dare il riconoscimento al gruppo Arduino
originale. E se la scheda viene modificata o cambiata, il progetto deve
utilizzare la stessa licenza Creative Commons o una simile, per fare in
modo che le nuove versioni della scheda Arduino siano altrettanto
libere e aperte. L’unico elemento di proprietà intellettuale che il
gruppo si è riservato è stato il nome, che è diventato il suo marchio
di fabbrica. Se qualcuno vuole vendere delle schede utilizzando questo
nome, deve pagare una modesta commissione ad Arduino. In modo che il
marchio non venga danneggiato da copie di scarsa qualità, dicono
Cuartielles e Banzi.  

I vari membri del gruppo avevano motivazioni leggermente diverse per
rendere aperto il progetto del loro apparecchio. Cuartielles, che ha
una massa di capelli ispidi e ricci e una barba alla Che Guevara, si
descrive come uno studioso di sinistra, meno interessato a guadagnare
soldi che a ispirare creatività e a fare in modo che la sua invenzione
venga utilizzata ad ampio raggio. «Quando, recentemente, ho tenuto una
conferenza a Taiwan, ho detto: "Per favore, copiatelo!"», racconta con
un largo sorriso. Banzi, al contrario, è più simile a uno scaltro uomo
d’affari; si è quasi completamente ritirato dall’insegnamento e
gestisce Tinker.it, una società di progettazione hi-tech. Ma aveva
intuito che, se Arduino fosse stato aperto, poteva ispirare più
interesse e ricevere più pubblicità gratuita di quanta ne avrebbe
potuto ottenere un pezzo di hardware chiuso e proprietario. Ancor di
più, i geek entusiasti lo avrebbero hackerato e, come i sostenitori di
Linux, avrebbero cercato il gruppo Arduino per offrire dei
miglioramenti. Loro avrebbero tratto vantaggio da tutto questo lavoro
gratuito, e ogni generazione della scheda sarebbe migliorata.  

Più o meno, è quanto è successo. In pochi mesi, i geek hanno
suggerito modifiche al cablaggio e hanno perfezionato il linguaggio di
programmazione. Un distributore si è offerto di mettere in commercio le
schede. Nel 2006, Arduino aveva venduto 5mila unità; l’anno successivo
30mila. Gli appassionati le utilizzano per creare robot, per far
ridurre i consumi al motore della loro automobile e per costruire
modellini di aeroplani senza pilota. Una società chiamata Botanicalls
ha sviluppato un dispositivo basato su Arduino che controlla le piante
di casa e telefona all’utente quando hanno bisogno di essere
innaffiate. In un certo senso, Arduino è arrivato al momento giusto. I
geek sono sempre più interessati all’hackeraggio e al miglioramento
dell’hardware, stimolati dall’elettronica che si può acquistare online
a prezzi che continuano a calare, da riviste di "costruiscilo da solo"
come Make, e da siti come Instructables. Negli
ultimi anni, hanno crackato aggressivamente i gadget per renderli più
effi caci, aggiungendo una durata supplementare alla batteria degli
iPhone, installando dischi fissi più capaci sui TiVo, smembrando i
giocattoli Furby e riprogrammandoli per farli funzionare come
antifurto. Strumenti economici per la lettura dei chip consentono di
reingegnerizzare quasi tutto. L’hardware è già aperto. Anche quando gli
inventori cercano di mantenere segreti gli elementi più nascosti dei
loro prodotti, non ci riescono. Allora, perché non aprire attivamente
quei progetti e cercare di trarre profitto dall’inevitabile?  

«Apple non ha mai fatto diventare open source l’iPod, giusto? Ma se
andate a Canal Street, a Manhattan, ne trovate delle copie a ogni
passo», dice Limor Fried, fondatrice della Ada-fruit Industries, una
società di New York che fabbrica e vende hardware open source. Come il
gruppo Arduino, anche Fried ha scoperto che, quando la gente ha accesso
ai progetti delle sue invenzioni, suggerisce modifiche. Nel 2006,
quando Fried ha pubblicato il progetto di MintyBoost, una lattina piena
di batterie stilo che può essere utilizzata per ricaricare il lettore
mp3 o il telefonino, alcuni utenti si sono lamentati sul forum che non
funzionava bene con i loro apparecchi. Altri si sono precipitati ad
analizzare i problemi e a trovare delle soluzioni; alcuni hanno
addirittura fatto uno schizzo della scheda sostitutiva (attualmente,
MintyBoost è l’invenzione più popolare di Ada-fruit; ha venduto 8mila
unità al prezzo di circa 20 dollari l’una). In sostanza, i suoi clienti
costituiscono anche il suo servizio tecnico, a disposizione 24 ore al
giorno e sette giorni alla settimana, senza alcuna spesa. 

Quando Banzi o Cuartielles descrivono la loro strategia Arduino, si
sentono inevitabilmente rivolgere questa domanda. Ed è un vero mistero,
perché l’hard ware open source non è proprio simile al software open
source. Riprodurre il software non costa quasi nulla; Torvalds non
aveva bisogno di spendere ogni volta che qualcuno scaricava una copia
di Linux. Ma il gruppo Arduino deve pagare per produrre le schede prima
di poterle vendere. In base alla tradizionale logica economica, ciò
prevede un brevetto; nessuno rischia del denaro per inventare e vendere
hardware, a meno che non riesca a impedire ai concorrenti di rubargli
immediatamente i progetti e di entrare nel mercato. Ma, allora, come si
fanno i soldi in un mondo di hardware open source?  

In questo momento, i pionieri dei progetti aperti tendono a seguire
uno di questi due modelli economici. Il primo è quello di non
preoccuparsi di vendere molto, ma piuttosto di cedere la propria
esperienza di inventore. Se chiunque può fabbricare un apparecchio,
allora il produttore più efficiente lo farà al prezzo migliore. Va
bene, lasciateli fare. Ciò vi garantirà che la vostra "creatura" abbia
una distribuzione allargata. Ma la comunità di utenti inevitabilmente
vi si stringerà intorno, in modo molto simile a quanto è successo a
Torvalds per Linux. Voi sarete sempre i primi a sentire parlare di
miglioramenti interessanti o di utilizzi innovativi per il vostro
dispositivo. Una simile conoscenza diventa la risorsa più preziosa, che
potete vendere a chiunque.  

Questo è esattamente il modo in cui lavora il gruppo Arduino.
Guadagna poco: soltanto alcuni dollari dei 35 della vendita di ogni
scheda, che vengono reinvestiti nel successivo ciclo di produzione. Ma
i redditi importanti provengono dai clienti che vogliono costruire
dispositivi basati sulla scheda e che assumono i fondatori come
consulenti. «Quello che abbiamo è fondamentalmente il marchio», dice
Tom Igoe, professore associato presso l’Interactive Telecommunications
Program alla New York University, che si è unito ad Arduino nel 2005.
«E il marchio è importante».  

Ma, ancora di più, la crescente comunità Arduino fa lavoro gratuito
per i consulenti. I clienti della società di design di Banzi spesso gli
chiedono di progettare prodotti basati sulla scheda Arduino. Uno, per
esempio, voleva controllare una serie di led. Ficcanasando in rete,
Banzi ha scoperto che in Francia qualcuno aveva già pubblicato il
codice Arduino che faceva esattemente quel lavoro. Gli è bastato
prenderlo per essere a posto.  

Poi, c’è il secondo modello per fare soldi tramite l’hardware open
source: vendere quel che si è creato, ma cercando di mantenersi
all’avanguardia rispetto ai concorrenti. Il che non è difficile come
sembra. L’anno scorso, Arduino ha notato che online venivano messe in
commercio imitazioni della sua scheda realizzate in Cina e a Taiwan.
Eppure, i distributori di Arduino continuavano ad aumentare lo smercio
delle sue schede. Perché? In parte, perché molte copie asiatiche erano
di cattiva qualità, piene di difetti di saldatura e i collegamenti dei
pin erano deboli. Disporre semplicemente delle specifiche di un
prodotto non significa che una sua copia sia di buona qualità. Ci
vogliono le capacità, e il gruppo Arduino ha capito il suo apparecchio
meglio di chiunque altro. «Perciò, nella realtà, alla fine le copie
possono trasformarsi in un elemento positivo per la nostra società»,
dice Igoe.  

NYC Resistor, un club per hacker di hardware con sede a Brooklyn,
sembra il laboratorio di uno scienziato pazzo, tutto pieno di parti di
bambole motorizzate, chitarre elettriche truccate e contenitori
Tupperware pieni di rifiuti elettronici. Io ci sono andato per
incontrare Raphael Abrams, uno dei co-fondatori. Abrams, 33 anni, è
molto famoso nei circoli dell’hardware open source per avere sviluppato
il Daisy, un riproduttore di mp3 aperto. Grazie al quale è diventato
talmente popolare che adesso lavora più o meno a tempo pieno
personalizzando hardware audio per altre società, fra cui aziende
specializzate nella caccia, che lo assumono per sviluppare richiami per
le anatre e i cervi. «Sono il numero uno nei richiami per animali»,
dice. «È la cosa più strana che mi sia mai successa».  

Abrams è molto impegnato in una conversazione con Alicia Gibb, una
studentessa liceale che nel tempo libero fa la hacker di hardware. Sta
parlando di un aggeggio grande come una scatola di fiammiferi che i
musei usano per monitorare l’umidità e la temperatura delle loro sale.
È realizzato da Masterpak e viene venduto a 115 dollari (dispositivi
simili ne possono costare 400).  

«I suoi componenti costano circa 15 dollari», dice Abrams,
fischiettando mentre curiosa all’interno della piccola scheda
elettronica. «Possiede un chip di qualità davvero modesta». Lo butta
sul tavolo.  

Negli occhi di Alicia Gibb si accende uno sguardo scherzoso. «Ne
farò una versione open source», dice. «Aspetta un minuto», replico.
«Ciò significa che qualunque museo sarà in grado di prendere il tuo
progetto gratuito e farne delle copie da solo? O qualcuno che non è
nemmeno inventore, come me, potrebbe mandare la tua idea a una fabbrica
cinese, produrre un paio di migliaia di apparecchi al costo di 20
dollari ciascuno e venderli ai musei per 50?». «Certo», dice
sorridendo.  

Sento il rumore di un migliaio di modelli economici
crollare. Se Alicia Gibb darà effettivamente il via a questo progetto
senza violare nessun brevetto, alla società che produce l’apparecchio a
un prezzo esagerato verrà un colpo. Niente più guadagni facili basati
sulla proprietà intellettuale. Dovrà offrire un prodotto o un servizio
migliore, oppure rischierà di uscire in fretta dal mercato.  

Se di distruzione si tratta, è senza dubbio una distruzione
creativa. I modelli economici si disgregheranno, ma ne nasceranno
altri. «In un certo senso, l’hardware sta diventando molto simile al
software», dice Eric von Hippel, professore di management aziendale al
Mit di Boston: «Questo è il motivo per cui si iniziano a vedere
tecniche di open source nell’ambito hardware. La progettazione si sta
trasferendo direttamente dai fabbricanti alle comunità».  

Per avere successo in futuro, i produttori di hardware dovranno
cambiare radicalmente mentalità. Il loro lavoro non è più soltanto
quello di avere idee, ma è altrettanto importante, forse addirittura
vitale, cercare e trovare innovazioni dagli utenti. Erano abituati a
doversi immaginare quello che desiderano i loro clienti: ma i clienti
già sanno che cosa vogliono, dunque è più efficiente farlo progettare a
loro.  

Non posso fare a meno di pensare che tutto ciò abbia dei limiti. I
dilettanti appassionati possono creare un lettore di mp3 o un
sintetizzatore. Ma che cosa si può dire per un motore? O per
un’automobile? Per superare i test, questi prodotti hanno bisogno di
costose attrezzature, come gallerie del vento o laboratori per le prove
di impatto. Cose che non può ottenere un gruppo di designer poco
coordinati fra loro, e magari collegati a internet con i loro laptop
mentre siedono in un bar. Yochai Benkler non ne è così sicuro.
Professore di Harvard e autore di The Wealth of Networks,
Benkler prevede che le società commerciali classiche dovranno
condividere le risorse con le comunità open source. «Se volete
progettare un’automobile in modalità open source, forse lavorerete con
una società che ha accesso a una costosa galleria del vento», dice.
Questo genere di cooperazione è diventata comune per il software open
source. Ibm e Sun Microsystems, per esempio, pagano i loro dipendenti
per contribuire a Linux, perché è interesse delle società fare
diventare il sistema operativo sempre migliore, anche se ne traggono
vantaggio i concorrenti.  

Ma per quanto possa essere entusiasmante, l’hardware open source è
anche confuso, addirittura disarmante. I pionieri in questo campo
ammettono di non avere nessuna idea di come fare il salto dai piccoli
hardware da boutique ad apparecchi per il mercato di massa. Ogni tanto,
persino Massimo Banzi si domanda se è semplicemente uno sciocco a
cedere qualcuno dei suoi lavori migliori attraverso Arduino.  

«Se il chip Arduino diventa più grande, migliore e più famoso,
qualcuno in Cina lo produrrà a un costo più basso del 50 per cento.
Questo è chiaro», dice Banzi mentre a tarda sera cena in un noto
ristorante pugliese di Milano. Affonda la forchetta in un piatto di
orecchiette e beve vino rosso, con un’espressione a metà fra il sorriso
e la smorfia, mentre immagina il proprio lavoro saccheggiato da qualche
produttore straniero che offre un prezzo decisamente migliore. «Penso
che ci sia una sottile linea di confine», dice sospirando, «fra l’open
source e la stupidità».  

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